A Sant’Agata non è rimasto quasi nulla. Il centro sportivo che per anni ha rappresentato la casa della Reggina si è trasformato in un simbolo di vuoto: magazzini svuotati, attrezzi spariti, campi devastati, foresteria inutilizzabile. Una fotografia che non ha bisogno di didascalie: la nuova proprietà ha trovato un club senza strumenti, senza materiali, senza neppure i palloni per iniziare la stagione.La ricostruzione parte da qui, da un paradosso che ha fatto il giro d’Italia: per allenarsi, la Reggina potrebbe utilizzare materiale tecnico della Lazio, attingendo ai magazzini di Formello. Una soluzione d’emergenza, certo, ma anche un’immagine che pesa. Perché racconta la fragilità di una società che deve ripartire da zero e che, per farlo, deve appoggiarsi a un altro club professionistico.

Il saccheggio di Sant’Agata non è solo una questione logistica.Nel frattempo, la squadra deve allenarsi. E allora ecco l’ipotesi dei kit biancocelesti: una toppa, una soluzione pratica, un ponte per non perdere tempo. Nessuna fusione, nessuna operazione simbolica, nessuna “lazializzazione”: solo la necessità di avere maglie, pantaloncini, attrezzature. Ma a Reggio Calabria ogni dettaglio diventa un caso, e questa immagine – la Reggina che riparte con materiale della Lazio – è destinata a restare.

Il punto, però, è un altro: Sant’Agata è il primo vero banco di prova della nuova proprietà. Qui si misura la capacità di ricostruire, di investire, di restituire dignità a un club che ha bisogno di strutture prima ancora che di giocatori. Qui si capisce se la rinascita sarà immediata o lenta, se la promessa di rilancio sarà concreta o solo narrativa.La Reggina riparte da un terreno devastato, da magazzini vuoti, da un’immagine che fa rumore. Riparte dal giorno zero. E da un kit biancoceleste che, suo malgrado, è diventato il simbolo di una rinascita ancora tutta da scrivere.

Sezione: Reggina / Data: Mer 01 luglio 2026 alle 16:03
Autore: Rocco Calandruccio
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