Ai microfoni di TuttoCalcioCalabria ecco Tommaso D'Orazio, ex capitano e bandiera del Cosenza. Il terzino sinistro è entrato nella hall of fame del club rossoblù grazie alle sue oltre 200 presenze, risultando decimo nella classifica hall time. Dall'arrivo nel 2017 al ritorno nel 2023, dal sogno Serie B alle salvezze clamorose e all'incubo retrocessione: la storia di un uomo che da semplice calciatore è diventato un idolo e un capobranco dei lupi.
Ciao, Tommaso. Partiamo dall'inizio. Arrivi a Cosenza nel gennaio del 2017, in prestito, e lasci subito il segno nel derby contro la Reggina con una doppietta. Che cosa è scattato dentro di te? Perché già quella stagione sembrava il preludio di ciò che sarebbe successo l'anno successivo.
"Sì, è stato proprio così. Quella è stata una sorta di preparazione a quello che poi sarebbe accaduto l'anno dopo. Arrivai a gennaio del 2017. Ero al Teramo quando mi chiamò il direttore Valoti. Fu una telefonata tra uomini: mi disse subito cosa si aspettava da me, mi trasmise grande fiducia e la voglia di portarmi a Cosenza. Quel suo modo di parlare mi colpì immediatamente. Quando si presentò l'opportunità non ci pensai due volte. Accettai subito. Non avrei mai immaginato che Cosenza sarebbe diventata una parte così importante della mia vita, ma sapevo già quanto fosse affascinante e quanto avrebbe potuto darmi. Quella che inizialmente sembrava una semplice esperienza si è poi trasformata in un pezzo fondamentale della mia vita, sia dal punto di vista calcistico che personale. In quella stagione arrivammo ai playoff, fermandoci contro il Pordenone. Forse avremmo potuto fare qualcosa in più, ma fu comunque un percorso importante. L'anno successivo, invece, è quello che tutti ricordano: qualcosa di davvero straordinario. Riguardo alla doppietta nel derby, fu qualcosa di speciale. Era la mia prima partita in casa con la maglia del Cosenza e la prima da titolare. Quando lessi la formazione provai un'emozione fortissima. Sapevo che mi aspettava uno stadio caldo, una partita sentitissima. Mi avevano raccontato cosa significasse un derby come quello contro la Reggina. Segnare due gol e presentarmi così ai tifosi fu il miglior biglietto da visita possibile. Non poteva davvero andare meglio".
Non è un caso se tanti giocatori di quella squadra che ha vinto i playoff sono diventati vere e proprie icone per i tifosi. Tu, Baclet, Corsi, Tutino... Avete avuto la sensazione di far parte di qualcosa di grande?
"Sì, è proprio così. Con quella cavalcata nei playoff abbiamo capito davvero cosa significasse indossare la maglia del Cosenza. Solo dopo quell'impresa abbiamo preso piena consapevolezza di quello che avevamo realizzato e di ciò che rappresentavamo per questa città. Ricordo anche Padre Fedele, una figura importantissima per Cosenza e molto amata dalla gente. È bello ricordarlo. Da quel momento tutti noi abbiamo capito di essere entrati nella storia del club. Negli anni siamo diventati parte di qualcosa che la gente continua a ricordare con affetto. Ancora oggi, quando vado in giro a Cosenza, tante persone mi fermano per strada. Ed è questa la soddisfazione più grande: sentirsi considerato uno di casa. La gente mi tratta come se fossi nato lì, e questa è una cosa che porterò sempre nel cuore. Per me Cosenza sarà sempre una parte della mia vita. Mi sentirò sempre legato a questa città e a questa maglia."
Poi c'è stato il ritorno. Sei andato via nel 2020 e sei rientrato a Cosenza nel gennaio del 2023, quando la squadra viveva una situazione davvero complicata.
"Sì, sono tornato nel gennaio del 2023. A dire la verità non pensavo che sarebbe successo. Ero al Südtirol e, appena iniziato il mercato invernale, mi fu fatto capire che non rientravo più nel progetto tecnico. Come succede nel calcio, insieme al mio procuratore abbiamo iniziato a valutare diverse opportunità. Ne avevo praticamente scelta una e stavo per accettarla. Proprio in quel momento il mio procuratore mi disse: "Ti faccio una proposta romantica. Ti piacerebbe tornare a Cosenza? Mi ha chiamato Gemmi, il Cosenza ti vuole." Io rifiutai immediatamente l'altra offerta. Ricordo ancora quel momento: ero in sala con mia moglie, glielo dissi e scoppiammo entrambi di gioia. Perché il legame con Cosenza era sempre rimasto fortissimo. Anche quando giocavo da avversario, vedere la curva rossoblù, quello stadio e quei colori mi provocava sempre qualcosa dentro. Era inevitabile ripensare ai ricordi vissuti lì. Quando arrivò quella chiamata non guardai nemmeno la classifica. Sapevo benissimo che la situazione fosse difficilissima, forse la peggiore che avessi mai visto, ma non ci pensai un secondo. Accettai d'istinto, col cuore".
Hai trovato davvero una situazione molto pesante...
"Sì. Quando arrivai trovai uno spogliatoio completamente demoralizzato. C'era depressione sportiva, tanta sfiducia. Era il periodo del mercato di gennaio e la società stava cercando di ricostruire la squadra, mandando via diversi giocatori che non facevano più parte del progetto. Per fortuna arrivarono gli uomini giusti. Poi arrivò mister William Viali, che considero un ottimo allenatore ma soprattutto una persona capace di trasmettere serenità anche nei momenti più complicati. Abbiamo fatto una rincorsa incredibile. Io ci ho sempre creduto. Fin dal primo giorno ero convinto che ci saremmo salvati e cercavo continuamente di trasmettere questa convinzione anche ai miei compagni. Con il passare delle settimane abbiamo iniziato a raccogliere risultati importanti. A un certo punto siamo addirittura riusciti a portarci fuori dalla zona playout. Probabilmente, però, tutta quella rincorsa l'abbiamo pagata fisicamente nel finale. Nonostante questo, arrivare all'ultima giornata con la salvezza ancora da conquistare era già un risultato straordinario per come eravamo partiti. Poi ci siamo giocati tutto nello spareggio e, con tanto sacrificio e anche con quell'episodio favorevole che nel calcio serve sempre — ma che bisogna meritarsi — siamo riusciti a salvarci. È stata una soddisfazione enorme".
Hai detto una cosa molto bella: fin dal primo giorno eri convinto che vi sareste salvati.
"Sì, davvero. Non so spiegare il motivo, ma appena arrivato ho avuto quella sensazione. L'anno della retrocessione, invece, è stato diverso. Paradossalmente la stagione non era nemmeno iniziata male. Poi, con il passare del tempo, sono arrivati tanti segnali negativi: la penalizzazione, i risultati che non arrivavano più e una situazione sempre più complicata. Quando vivi uno spogliatoio certe cose le percepisci. Da un certo momento in poi la nostra è stata più una rincorsa nervosa che una rincorsa efficace. C'era tanta tensione, tanto nervosismo e questo inevitabilmente si rifletteva anche sul campo. Mi dispiace tantissimo perché, ripeto, non eravamo partiti male. Anzi, le premesse erano anche buone..."
Anche perché avevate uno degli allenatori migliori della Serie B, Massimiliano Alvini...
"Assolutamente sì. Però ogni stagione è diversa. Cambiano gli uomini, cambiano gli equilibri e bisogna essere bravi ogni anno a ricostruire tutto. Il calcio funziona così. Dal punto di vista economico non posso dire nulla, perché gli impegni sono sempre stati rispettati. Ma credo che, sotto l'aspetto della gestione, dell'organizzazione e della crescita strutturale del club, si sarebbe potuto fare molto di più. Io parlo sempre di programmazione e di progresso. Nel calcio, se ogni anno sei costretto a rincorrere una salvezza, prima o poi il conto arriva. Ed è quello che purtroppo è successo. Una retrocessione non nasce mai per caso: è sempre il risultato di tanti fattori che, sommati, finiscono per presentare il conto. Quest'anno, purtroppo, non si è più riusciti a rimediare."
Ed è un peccato, perché la stagione precedente sembrava esserci tutto per poter puntare addirittura ai playoff e sognare la A
"È vero. E infatti quello è forse l'unico anno in cui il principale demerito è stato nostro, dei calciatori. Avevamo una squadra forte e tutte le qualità per entrare nei playoff. Probabilmente avremmo potuto fare qualcosa in più. Quella sì che è un'occasione che considero persa."
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