Ai microfoni di TuttoCalcioCalabria ecco Tommaso D'Orazio, ex capitano e bandiera del Cosenza. Il terzino sinistro è entrato nella hall of fame del club rossoblù grazie alle sue oltre 200 presenze, risultando decimo nella classifica hall time. Dall'arrivo nel 2017 al ritorno nel 2023, dal sogno Serie B alle salvezze clamorose e all'incubo retrocessione: la storia di un uomo che da semplice calciatore è diventato un idolo e un capobranco dei lupi. Clicca qui per leggere la prima parte dell'intervista.
Nonostante tutto, in tanti hanno sempre detto una cosa: "D'Orazio è un giocatore da Serie B". Immagino che, dopo la retrocessione, le offerte non siano mancate. Eppure hai scelto di restare...
"Sì, qualche proposta l'ho ricevuta. Però la mia volontà è stata quella di restare. Sentivo il bisogno di provare a riportare il Cosenza dove meritava di stare. Avrei potuto lasciare già l'anno scorso, ma non me la sono sentita. Sarebbe stato troppo facile, quasi da vigliacco, lasciare tutto dopo una retrocessione.Ho preferito rimanere e provare a rimediare, perché quella ferita brucia ancora oggi e credo che non si rimarginerà mai. Una retrocessione te la porti dentro per sempre. Per questo motivo ho scelto di restare e tentare subito la risalita. Purtroppo non ci siamo riusciti e mi dispiace davvero tanto."
Ti aspettavi un finale diverso con questa maglia?
"Sì, sinceramente sì. Mi aspettavo un saluto diverso. Per quello che ho vissuto a Cosenza e per il percorso fatto insieme, credo che sarebbe stato bello poter salutare i tifosi in uno stadio pieno, guardandoli negli occhi. Purtroppo, per i motivi che tutti conoscono, non è stato possibile. Mi è dispiaciuto tantissimo. E poi c'è un'altra cosa: al di là del saluto, credo che avrei potuto dare ancora qualcosa alla squadra in quell'ultima parte di stagione, soprattutto in termini di esperienza, avrei voluto essere maggiormente coinvolto. Non è successo e l'ho accettato con serenità, perché nel calcio le scelte dell'allenatore vanno sempre rispettate. Però sì, un po' di amarezza mi è rimasta. Avevo disputato un ottimo girone d'andata, avevo dato il massimo e mi sarebbe piaciuto poter contribuire ancora."
In tanti hanno riconosciuto proprio questo: hai sempre messo il Cosenza davanti a tutto.
"È quello che ho sempre cercato di fare. Ho giocato in ruoli che non erano i miei, ho cercato di dare una mano in ogni situazione e, anche all'interno dello spogliatoio, ho provato a mettere una pezza quando ce n'era bisogno. L'ho fatto sempre e solo per il Cosenza, per quella maglia. L'ho indossata con orgoglio in tutti questi anni. Poi, come dicevo, nel calcio ci sono delle scelte e bisogna accettarle. Forse, in alcuni momenti, avrei meritato una considerazione diversa. Ma questo ormai fa parte del passato."
Adesso osservi il Cosenza da fuori. Che idea ti sei fatto della situazione che si è creata negli ultimi anni e che oggi è esplosa definitivamente?
"La prima cosa che mi viene da dire è che a rimetterci è il Cosenza. Ci rimette il simbolo, la città, la gente e il calcio vero, quello fatto di passione. Per quanto riguarda il resto, preferisco non entrare nel merito. Non è un tema che compete ai calciatori e non ho mai amato fare proclami. Quello che mi dispiace davvero è vedere uno stadio senza tifosi. Per me è stata una delle cose più tristi. Spero sinceramente che questa situazione possa risolversi il prima possibile, soprattutto per chi ama davvero questi colori e vuole semplicemente tornare allo stadio. I tifosi hanno le loro ragioni e hanno tutto il diritto di esprimere il proprio pensiero. Su questo non mi permetto di giudicare. C'è però una cosa che mi dà molto fastidio. Attorno a questa vicenda sono spuntate tante persone che con il calcio non hanno nulla a che fare e che stanno cavalcando questa situazione per interessi personali. Ed è questo che mi dispiace. La città di Cosenza ha tanti problemi, non solo quelli legati al calcio. Vedere persone che normalmente non si occupano di questo mondo utilizzare il Cosenza per ottenere visibilità non mi piace. I tifosi, invece, sono sempre stati coerenti. Loro hanno il diritto di contestare, di protestare e di far sentire la propria voce. Ma chi sfrutta questa situazione per altri fini alimenta soltanto tensioni. È questo l'aspetto che mi fa più arrabbiare. Io ho sempre difeso i tifosi, la squadra e la maglia, perché questo è ciò che compete a noi che viviamo il calcio"
Voglio chiudere con due immagini che sono rimaste nel cuore dei tifosi: la prima è quella della fascia di capitano, nel momento della sostituzione la togli, la consegni a un compagno e prima di farlo la baci. Un gesto che ha colpito tutti.
"Sì, è vero. E ti dico la verità: non mi aspettavo che quel gesto avesse tutta quella risonanza. È stato qualcosa di completamente spontaneo. Sono uscito dal campo, ho tolto la fascia dal braccio e, prima di passarla ad Andrea, l'ho baciata. Non c'era nessun ragionamento dietro, né tantomeno pensavo che le telecamere mi stessero riprendendo. È stato un gesto istintivo, venuto dal cuore. Solo dopo la partita alcune persone mi scrissero facendomi notare quel momento. Io, sinceramente, non me ne ricordavo nemmeno. Ero talmente concentrato sulla partita che non avevo dato peso a quel gesto. Mi ha fatto piacere vedere che sia stato apprezzato, perché credo che le cose più vere siano proprio quelle che nascono senza pensarci. Quando fai qualcosa senza secondi fini, la gente lo percepisce."
L'ultimo flash riguarda invece un'altra immagine iconica. Tu e Gennaro Tutino che, al termine della stagione, sventolate insieme la bandiera di Gigi Marulla sotto la Curva. Ancora oggi quel video viene condiviso continuamente dai tifosi.
"Anche quello è stato un momento bellissimo. Ricordo che, appena ci avvicinammo alla curva, Gennaro mi disse: "Prendiamola insieme". E così abbiamo iniziato a sventolare quella bandiera. Non l'avevo mai fatto prima. Provai un'emozione indescrivibile, mi vennero i brividi. Chiudere quella stagione in quel modo, con quella bandiera tra le mani e tutto l'affetto della nostra gente, è stato qualcosa di unico. Sono immagini che, quando le vivi, quasi non realizzi. Solo riguardandole dopo capisci quanto siano diventate importanti. Noi, in quel momento, non pensavamo di creare qualcosa che sarebbe rimasto nella memoria dei tifosi. Eravamo semplicemente due ragazzi che stavano vivendo un'emozione enorme. Poi, col tempo, ti rendi conto che certi gesti restano molto più delle giocate, dei gol o delle partite. Sono quei momenti che raccontano davvero il legame tra una squadra e la sua gente. Ed è forse questo il ricordo più bello che mi porterò sempre dentro."
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