Il Rende è caduto. E questa volta non c’è modo di attutire il colpo, né di mascherarlo con attenuanti o illusioni. In sei anni la società biancorossa è precipitata dal calcio professionistico alla Prima Categoria, completando una delle discese più brutali e dolorose della storia recente del calcio calabrese. La sconfitta nel playout contro il Cotronei non è solo un risultato: è il punto finale di una parabola che sembrava impossibile anche solo da immaginare. Fino a sette anni fa il Rende era una realtà solida, rispettata, capace di competere nei campionati nazionali, di affrontare piazze importanti, di rappresentare un modello gestionale nel Sud. Il Lorenzon era un campo che incuteva rispetto, un luogo dove si costruivano identità e ambizioni. Poi, stagione dopo stagione, tutto si è sgretolato: prima la retrocessione dal professionismo, poi l’incapacità di stabilizzarsi nei dilettanti, quindi un lento scivolamento verso il basso, come un castello che crolla un mattone alla volta.
Il play out contro il Cotronei è stato l’ultimo atto di questo declino. Una partita che avrebbe dovuto essere il momento della reazione, della dignità, dell’orgoglio. Invece è stata la fotografia perfetta della stagione: una squadra fragile, smarrita, incapace di imporsi, incapace di riconoscersi. Il Cotronei ha giocato con lucidità e fame, il Rende no. E quando una squadra perde anche la propria identità, il risultato diventa quasi inevitabile.La retrocessione in Prima Categoria pesa come un macigno. Non è solo un dato sportivo: è un simbolo. È la testimonianza di una società che ha perso tutto ciò che la rendeva grande. Instabilità societaria, progetti tecnici incoerenti, cambi continui, mancanza di visione, allontanamento dalla piazza: ogni errore ha scavato un solco, ogni stagione ha aggiunto un nuovo strato di difficoltà, fino a questo epilogo che nessuno avrebbe mai voluto vedere.
Ora il Rende si trova davanti a un bivio che non ammette mezze misure. O si accetta la caduta come un destino irreversibile, oppure si trasforma questa retrocessione in un punto zero da cui ripartire. Per farlo serviranno scelte nette, competenza, stabilità, un progetto vero, un settore giovanile che torni a essere un patrimonio, un rapporto ricostruito con la città. Servirà soprattutto una visione che guardi oltre la domenica, oltre la categoria, oltre l’immediato. Il Rende è caduto, sì. Ma la storia insegna che anche dalle cadute più profonde si può risalire. La domanda, adesso, è una sola: il Rende vuole davvero farlo?
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