La Reggina si ferma al D’Ippolito, e stavolta non ci sono attenuanti, episodi, sfortuna o arbitri da tirare in ballo. La Vigor Lamezia interrompe la serie utile degli amaranto e mette a nudo una verità che in molti non volevano vedere: questa squadra, oggi, non ha più fame, non ha più gamba e soprattutto non ha più carattere o forse non l'ha mai avuto. Dopo un avvio appena sufficiente, la Reggina si è sciolta come neve al sole. Nervosismo immotivato, errori banali, zero lucidità. La Vigor Lamezia non ha fatto altro che approfittare di un avversario che si è consegnato da solo, confermando il proprio ottimo momento e ridicolizzando una Reggina che da settimane sembra la brutta copia di se stessa. Il problema non è la sconfitta, bensì l’atteggiamento. Una squadra che lotta per la vetta non può presentarsi così molle, così svuotata, così distante dalla realtà del campionato che sta giocando. Il crollo psicofisico è evidente. E soprattutto è inspiegabile. La Reggina, rispetto alle dirette concorrenti, avrebbe dovuto arrivare a questo punto della stagione con il coltello tra i denti. Invece sembra tornata ai fantasmi di ottobre, quando la stagione sembrava già compromessa. Finché gli episodi giravano, si è fatto finta di niente. Ora che non girano più, si vede tutto: limiti tecnici, limiti mentali, limiti di personalità.
Il tecnico amaranto, Alfio Torrisi, ha avuto il merito di rimettere ordine in un ambiente allo sbando. Ma questo non lo esonera dalle responsabilità attuali. La formazione schierata a Lamezia è stata un azzardo incomprensibile: giocatori fuori condizione, scelte illogiche, qualità sacrificata senza motivo. E soprattutto, Torrisi fatica a fare autocritica. Criticare i giocatori nel post-gara è facile. Ammettere di aver sbagliato impostazione, molto meno. Nel corso di questa settiamana , dovrà essere bravo insieme al suo staff a ricomporre il mosaico, senza lasciarsi andare a troppe chiacchiere come sta avvenendo ultimamente in conferenza stampa. Il professor Ballarino merita rispetto per aver tenuto in piedi la baracca, ma non può essere ignorato il vero nodo: si è circondato di collaboratori non all’altezza, specie sul piano tecnico, essendo questa società orfana di un direttore sportivo. E nel calcio, a qualsiasi livello, dove ogni dettaglio pesa, questo può costare una stagione intera. Il rischio di un quarto anno consecutivo in D non è più un’ipotesi remota: è una minaccia concreta. E la piazza reggina, stanca e spaccata, lo percepisce chiaramente.
Sabato sera arriva la Sancataldese, squadra affamata di punti salvezza. Verrà al Granillo per giocarsi la vita. La domanda è: la Reggina ha ancora voglia di giocarsela la propria? Gli alibi sono finiti da un pezzo. Ora servono solo vittorie. Possibilmente tutte, sperando nei passi falsi degli altri, perché questo campionato non perdona due volte. In mezzo a tutto questo, resta la parte migliore della Reggina: la sua gente. Tre anni di pazienza, di amore, di presenza. Tre anni in cui la tifoseria ha dato tutto mentre la società e la squadra spesso davano poco. Se la promozione arriverà, sarà una liberazione più che un trionfo. Se non arriverà, sarà l’ennesima ferita aperta in una città che vive di calcio e che continua a soffrire in una categoria che non gli appartiene in alcun modo.
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