C’erano anni, a Reggio Calabria, in cui il calcio non era solo uno sport, ma una prova di forza, una dichiarazione d’identità, un giuramento collettivo. In quegli anni, nel cuore pulsante del vecchio Comunale, emerse una figura che non cercava la gloria ma la incarnava senza saperlo: Vincenzo Onorato.Onorato non entrava in campo. Scendeva in battaglia. Aveva la corsa dei guerrieri che non arretrano, la fame dei predatori che non aspettano l’occasione: la creano. Ogni pallone era un duello, ogni contrasto un rito, ogni gol una sentenza. Non era un attaccante: era un ariete. Un uomo che sfondava, che apriva brecce, che trascinava la squadra come se avesse la città sulle spalle.

Nevio Scala lo guardò e capì subito: questo non è un giocatore, è un soldato d’élite. Gli affidò la punta dell’esercito amaranto, e Onorato rispose con la ferocia dei leader silenziosi: 19 gol, sì, ma soprattutto 19 colpi di martello che hanno forgiato due stagioni leggendarie.Nella cavalcata verso la Serie B del 1988, Onorato fu il primo a credere che l’impossibile potesse diventare routine. Segnava quando serviva, lottava quando gli altri tremavano, si alzava quando la partita sembrava crollare. Era l’uomo che non si vedeva nei titoli, ma che si vedeva ovunque in campo.

Poi arrivò il 1989, l’anno del quasi-miracolo. La Reggina sfiorò la Serie A, e Onorato fu uno dei condottieri di quella marcia epica. Lo spareggio con la Cremonese fu una tragedia greca: rigori, lacrime, silenzi. Ma anche lì, nel momento più duro, Onorato rimase immobile, fiero, con la dignità dei combattenti che sanno che la sconfitta non cancella la grandezza.

Quando lasciò Reggio, non lasciò un vuoto: lasciò un’orma. Un segno inciso nella memoria collettiva. Il ricordo di un uomo che non ha mai giocato per sé, ma per la maglia, per la città, per la gente.Onorato è rimasto così: un nome che non si pronuncia, si evoca. Un attaccante che non ha segnato solo gol: ha segnato un’epoca.

Sezione: Reggina / Data: Sab 01 agosto 2026 alle 17:27
Autore: Rocco Calandruccio
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