C’è un momento, in ogni stagione, in cui le scuse smettono di avere peso e le parole diventano rumore di fondo. Per la Reggina, quel momento è arrivato sabato pomeriggio, quando l’Acireale dell’ex Cozza ha espugnato il Granillo e ha fatto crollare definitivamente sogni e illusioni di primato. Non è stata solo una sconfitta: è stata la certificazione di un limite, di una fragilità che accompagna questa squadra da mesi e che nessun comunicato può più mascherare. Le “decisioni drastiche” annunciate nel post‑gara dal patron Ballarino sono evaporate nel giro di poche ore. La società di Via delle Industrie, ancora una volta, ha scelto la via più semplice: un comunicato che invita all’unione, come se bastasse un appello generico per ricucire una frattura ormai evidente. La verità è che non è cambiato nulla. E forse, sotto sotto, lo si sapeva già. Ora però non c’è più tempo per la retorica. C’è il campo, e il campo non perdona. La squadra di Torrisi affronta una doppia trasferta siciliana che vale una stagione: domani il recupero contro l’Igea Virtus, domenica la sfida all’Athletic Palermo. Due gare che non lasciano margini di errore, due partite che diranno chi è definitivamente questa Reggina.Intanto, in città, l’atmosfera è pesante. La fiducia si è trasformata in scetticismo, la passione in rassegnazione. Perché questa squadra, nel corso del campionato, ha fallito troppe volte quando contava davvero. Ragusa e compagni hanno avuto più di un’occasione per dimostrare di essere all’altezza delle ambizioni dichiarate, ma ogni volta, puntualmente, si sono sciolti come neve al sole.
E non sarà semplice nemmeno adesso. L’Igea Virtus arriva alla sfida con la rabbia del -5 in classifica, l’Athletic Palermo vuole riscattare il pesante ko di Caltanissetta. Due avversarie ferite, affamate, motivate. Ma se la Reggina ha ancora un briciolo di orgoglio, dovrebbe scendere in campo con una fame ancora più feroce. Perché qui non si tratta solo di tre punti: si tratta di identità, di dignità sportiva, di rispetto verso una piazza che non merita l’ennesima delusione. Il rischio di un quarto anno consecutivo in Serie D è reale. E sarebbe un fallimento pesantissimo, non solo tecnico ma soprattutto dirigenziale. Perché una città come Reggio Calabria non può essere costretta a vivere in un limbo che non le appartiene, ostaggio di scelte sbagliate, presunzione e incapacità di costruire un progetto credibile. Lo abbiamo ripetuto fino allo sfinimento: non si può più sbagliare. Eppure la Reggina è ancora lì, sospesa tra ciò che potrebbe essere e ciò che continua a non diventare. Adesso, però, non ci sono più alibi. La Sicilia è un crocevia: o si rilancia la stagione, o si certifica l’ennesimo fallimento. Servono fatti, non proclami. Serve rabbia agonistica, non frustrazione sterile. Serve personalità, non la solita fragilità emotiva. È il momento di tirare fuori gli attributi — sempre ammesso che questa squadra ne sia provvista. Perché se davvero non ci sono, allora la soluzione è una sola: chiedere scusa e farsi da parte.
Reggio merita molto di più. E lo merita adesso, non domani.
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