Marcello Pasquino non era soltanto un allenatore: era un custode di calcio, uno di quelli che trasformano un campo qualunque in un luogo di formazione, disciplina, appartenenza. Diciotto anni fa, il 9 luglio, se ne andava in silenzio, come fanno gli uomini che non hanno mai cercato la ribalta. Ma il suo nome continua a camminare nei racconti, nei ricordi, nelle vite dei ragazzi che ha cresciuto.Pasquino apparteneva a quella generazione di tecnici che non si limitavano a dare indicazioni: educavano. La sua voce non era un ordine, era una direzione. Il suo sguardo non giudicava, guidava. Chi ha lavorato con lui lo ricorda come un maestro di equilibrio: duro quando serviva, paterno quando era necessario, sempre lucido, sempre presente. Un allenatore che non si nascondeva dietro le scuse, che non cercava alibi, che pretendeva impegno prima ancora che talento.

Il suo calcio era semplice, pulito, essenziale. Ma la sua idea di squadra era enorme: rispetto, sacrificio, responsabilità. Per lui il gruppo veniva prima di tutto, e ogni ragazzo doveva sentirsi parte di qualcosa di più grande. Non era un teorico, era un artigiano del pallone. Sapeva riconoscere un carattere fragile, sapeva accendere un entusiasmo spento, sapeva rimettere in piedi chi aveva perso fiducia. E questo, più dei moduli, più delle vittorie, è ciò che resta.Chi lo ha conosciuto racconta che Pasquino non lasciava mai un allenamento senza una parola giusta. Una correzione, un incoraggiamento, un rimprovero se serviva. Era un allenatore che ti restava addosso, che ti seguiva anche quando non eri più sotto la sua guida. Perché il suo modo di insegnare non finiva al triplice fischio: continuava nella vita.

Diciotto anni dopo, il suo nome non è un ricordo sbiadito. È un segno. È la prova che nel calcio, come nella vita, ci sono figure che non hanno bisogno di trofei per essere grandi. Pasquino è stato uno di questi: un uomo che ha dato più di quanto ha ricevuto, che ha costruito senza clamore, che ha lasciato un’eredità fatta di valori, non di titoli.Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, chi lo ha incrociato sente una fitta di nostalgia, ma anche un orgoglio profondo. Perché avere avuto Marcello Pasquino come mister significa aver avuto un punto fermo, un riferimento, un esempio. E gli esempi, quelli veri, non muoiono mai.

Sezione: Altre news / Data: Ven 10 luglio 2026 alle 16:23
Autore: Rocco Calandruccio
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