Tobia Assumma cammina dentro il calcio come uno che non ha mai chiesto scorciatoie, uno che ha costruito tutto con la pazienza di chi sa che il tempo, prima o poi, restituisce. A Reggio Calabria lo ricordano come un ragazzo silenzioso, metodico, affamato di studio, uno che passava più ore sui campi e sui libri che a cercare visibilità. Alla Reggina, dove ha iniziato a formarsi, aveva già chiaro che il settore giovanile non è un parcheggio ma un laboratorio, un luogo sacro in cui si forgiano identità e caratteri. Lì ha iniziato a valorizzare i ragazzi, a capirne i tempi, a rispettarne le fragilità, a costruire percorsi individuali quando il sistema preferiva omologare. E proprio lì, paradossalmente, è maturato l’errore più grande: lasciarlo andare. Una leggerezza che oggi pesa come un rimpianto, perché figure così non si improvvisano e non si sostituiscono.
Assumma ha continuato la sua strada senza voltarsi, portando con sé un bagaglio fatto di metodo, studio e una visione moderna del calcio giovanile. È diventato un tecnico capace di leggere il talento come pochi, di non bruciare, di non forzare, di non trasformare un ragazzo in un risultato del weekend. In un’Italia calcistica che troppo spesso si affida all’improvvisazione, dove la meritocrazia è un concetto fragile e la programmazione un lusso, lui rappresenta l’eccezione: un professionista che lavora, ascolta, costruisce. Un uomo che mette il ragazzo al centro, non il proprio ego.
Quando la Lazio ha deciso di metterlo a capo del settore giovanile, non ha fatto una scommessa: ha fatto una scelta. Una scelta di competenza, di visione, di futuro. A Formello Assumma è diventato subito un riferimento, uno che organizza, coordina, struttura, uno che dà un’identità a un progetto che vuole produrre non solo calciatori, ma uomini. La società biancoceleste se lo tiene stretto perché sa che il domani passa da lì, da chi sa costruire, da chi sa vedere oltre, da chi non si accontenta di gestire ma vuole innovare. E in un calcio che spesso si perde tra pressioni, mode e superficialità, la presenza di un dirigente così è un valore assoluto.
Tobia, merita tutto ciò che sta ottenendo. Merita fiducia, responsabilità, spazio. Merita di essere un esempio in un sistema che ha bisogno di tornare a premiare la competenza. La Lazio lo ha capito, la Reggina no. E oggi il futuro dei giovani biancocelesti porta la sua firma, una firma discreta ma indelebile, una firma che racconta che il talento, quando incontra il lavoro, non può essere fermato. In un’Italia calcistica che cerca risposte, Tobia Assumma è una delle poche certezze. E il suo percorso, costruito mattone dopo mattone, è la dimostrazione che la meritocrazia esiste ancora, basta saperla riconoscere.
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