Negli ultimi dodici anni i playoff di Lega Pro hanno costruito un paradosso che ormai non può più essere ignorato. Il Girone C, da sempre considerato il più duro, il più competitivo, il più ricco di talento e pressione, ha portato in Serie B attraverso gli spareggi soltanto tre squadre: il Cosenza nel 2018, il Trapani nel 2019 e il Palermo nel 2022. Tre promozioni in dodici edizioni: un bottino sorprendentemente magro per un girone che, sulla carta, dovrebbe essere quello più attrezzato a reggere la pressione delle partite decisive. E il copione si è ripetuto anche quest’anno. Le due rappresentanti del Girone C arrivate più lontano, Catania e Salernitana, si sono fermate entrambe in semifinale, eliminate rispettivamente da Ascoli e Brescia, due squadre provenienti dagli altri gironi. Un’altra conferma, l’ennesima, che il Girone C fatica più degli altri a completare il salto attraverso gli spareggi. Perché il girone più difficile è anche quello che vince meno? La risposta non è unica, ma stratificata. Il Girone C è un campionato che consuma. Le sue squadre vivono nove mesi di intensità emotiva altissima: stadi pieni, pressioni costanti, piazze che vivono il calcio come un fatto identitario. Ogni partita è una battaglia, ogni punto pesa come un macigno. Arrivare ai playoff dopo un percorso del genere significa spesso arrivarci logorati, più sul piano mentale che su quello fisico. E negli spareggi, dove conta chi sta meglio psicologicamente, questo diventa un fattore determinante. C’è poi un aspetto strutturale: molte squadre del Girone C costruiscono la stagione per vincere il campionato, non per arrivare ai play off. Investono tanto, spingono forte, consumano energie enormi per restare agganciate alla vetta.
Quando falliscono l’obiettivo diretto, si ritrovano agli spareggi con un carico emotivo difficile da smaltire. Le squadre del Girone A e B, invece, vivono contesti più lineari, meno incendiati, e arrivano agli spareggi con una gestione più equilibrata. Il Girone C è anche il girone della pressione ambientale. Qui la posta in gioco è sempre altissima: città intere che vivono per il calcio, tifoserie che non accettano mezze misure, società che pretendono risultati immediati. Nei play off questo si amplifica. E non sempre aiuta. A volte paralizza. A volte schiaccia. A volte trasforma la partita in un peso più che in un’opportunità. C’è infine un fattore tattico. Il Girone C è un campionato aggressivo, verticale, emotivo. Funziona in regular season, meno negli spareggi, dove spesso vincono le squadre più solide, più ciniche, più “fredde”. Non a caso Cosenza, Trapani e Palermo erano tre squadre che, pur appartenendo al Girone C, avevano una struttura mentale e tattica più vicina ai modelli del Nord: equilibrio, gestione, capacità di soffrire senza perdere lucidità. Il risultato è un paradosso che si ripete: il girone più competitivo è anche quello che porta meno squadre in B attraverso i play off . Non per mancanza di qualità, ma per un insieme di fattori psicologici, ambientali e strutturali che, negli spareggi, diventano decisivi. Il Girone C è forte, fortissimo, ma è anche logorante. E nei play off, dove vince chi arriva meglio, questo pesa più di qualsiasi valore tecnico.
E allora la domanda resta aperta, più che mai attuale: il Girone C è davvero il più forte, o è semplicemente il più estenuante?
Forse la risposta sta proprio lì: nella forza che consuma, nella passione che brucia, nella pressione che esalta ma che, nei playoff, può diventare un limite.
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