C’è un bambino che corre su un campo di calcio, la maglia troppo larga, il pallone che gli scappa via e poi ritorna, come se avesse già capito a chi appartiene. Francesco Procopio nasce così: non da un colpo di fortuna, ma da un legame. A sei anni entra nel vivaio del Catanzaro e non ne esce più, perché certe appartenenze non si scelgono, si respirano. Fausto Silipo gli insegna che il talento è una promessa da mantenere. Resina gli mette addosso la disciplina, Cristofaro la fame. Procopio cresce ascoltando, osservando, rubando segreti ai grandi. Da raccattapalle vede Zico che danza leggero, Paolo Rossi che scatta come una scintilla, Antognoni che illumina il campo, Brady che detta il tempo. È lì, a pochi metri, e capisce che quel mondo non è un sogno: è un obiettivo.

Un giorno accompagna un pallone in rete dopo un rigore di Palanca. Un gesto istintivo, tenero, che diventa racconto. Un altro giorno, nelle giovanili, disegna un pallonetto contro la Juventus che fa applaudire anche chi dovrebbe arrabbiarsi. Sono lampi, segnali, indizi di un talento che cresce senza fare rumore. Poi arriva il momento che cambia tutto: San Siro, 1986. Coppa Italia. Catanzaro contro l’Inter. Rummenigge, Tardelli, Bergomi, Altobelli. Procopio entra, corre, respira quel tempio come se fosse casa. Non è solo un esordio: è la conferma che il bambino di Catanzaro ha fatto tutto il percorso, dal bordo campo al centro della scena.

La carriera scorre tra Serie B, C1, C2. Cinque presenze in B, quattordici in C1 con un gol, settantotto in C2 con nove reti, due apparizioni in Coppa Italia. Numeri che raccontano una presenza costante, ma non bastano per spiegare un uomo. Procopio è uno di quelli che restano quando la maglia pesa, che non scappano quando il club vive le sue stagioni più dure. È un giocatore che non tradisce. Poi il destino decide di intervenire. Un incidente, grave, devastante. I medici parlano chiaro, troppo chiaro. Ma Procopio non accetta il verdetto. Lotta, rientra, si rialza. Non tornerà il giocatore che sarebbe potuto diventare, ma diventa qualcosa di più raro: un uomo che non si arrende. Il calcio gli cambia forma, non significato.

Quando la carriera finisce, Procopio non cerca rifugi. Cerca futuro. Lo trova a Innsbruck, in Austria, dove costruisce un’attività nel settore della moda di fascia alta. Un mondo diverso, un linguaggio nuovo, ma la stessa attitudine: lavorare, crescere, resistere. Eppure Catanzaro resta lì, come una radice che non si può tagliare. Segue la squadra, ne osserva la rinascita, riconosce la forza di una società che ha imparato dai propri errori. E ripete una verità che lui conosce meglio di chiunque: il futuro passa dai giovani, da quei ragazzi che devono respirare la maglia come lui la respirava a sei anni.

Francesco Procopio oggi è un uomo che ha attraversato due vite: quella del calcio e quella dell’imprenditoria. Ma entrambe hanno lo stesso filo: la capacità di non spezzarsi. Il destino lo ha interrotto, sì. Ma non lo ha mai sconfitto. Perché ci sono storie che non si misurano con i trofei, ma con la dignità. E Procopio, quella, non l’ha mai persa.

Sezione: Catanzaro / Data: Mer 12 agosto 2026 alle 19:35
Autore: Rocco Calandruccio
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